#Firenze 2015 – Diario dal Convegno ecclesiale
Per tutta la settimana pubblichiamo il diario quotidiano di Giacomo Liporesi e i contributi di Ilaria Balboni, delegati diocesani al Convegno Ecclesiale Nazionale Firenze 2015. Buona lettura!
GIORNO 5 (13/11/2015)
Sveglia alle 6.35 dopo aver dormito due ore e mezza. Sulla strada per la chiesa di Ognissanti incontro Ilaria (di Todi) e facciamo la strada insieme: confronto sul nostro essere giovani delegati e sulla preparazione a casa. Messa votiva dello Spirito Santo: da Firenze ripartiamo verso tutte le nostre diocesi a portare e dare attuazione quanto vissuto e elaborato in questi giorni. Dopo la Messa, incontriamo Tommaso (che ha avuto la fortuna di essere nel gruppo degli Uffizi ieri pomeriggio: Galleria deserta a causa di un’assemblea sindacale!). Scopriamo di aver visto praticamente tutti le stesse due mostre… Poi ci raggiunge e salutiamo anche don Marco. Rientro un attimo in chiesa per dare un’occhiata a quadri e affreschi e ascolto il vescovo Tremolada, ausiliare di Milano, dare linee e indicazioni per la recezione ai cinquanta delegati milanesi (cose in realtà molto semplici: cosa mi porto a casa da questo convegno, disponibilità per incontri… non sento parlare di collaborazione “sinodale” con il vescovo, almeno nei pochissimi minuti in cui passo dalla navata, ma in ogni caso è già qualcosa).
In albergo ne parlo anche con i delegati faentini (con cui in questi giorni si è creato un bel rapporto, anche conviviale), facendo anche riferimento alle indicazioni di Galantino che auspica un cammino sinodale a livello diocesano o regionale per la recezione del convegno e al desiderio, inattuato, emerso quando ci eravamo visti a marzo, noi tutti delegati emiliano-romagnoli, a Bologna, di rivederci prima del convegno. La loro simpatica presidente diocesana mi risponde che spera nel nostro nuovo vescovo, affinché possa irraggiare buone prassi esemplari su tutta la regione! Colazione al termine della quale il mio compagno di stanza, Paolo (ex presidente AC di Pinerolo) viene a salutarmi: in questi giorni ci siamo visti poi poco ma è stato un confronto interessante. Il nostro ottimo volontario (San) Maurizio regala a tutti un DVD dell’Ufficio Scuola delle diocesi toscane (Percorsi didattici sull’Annunciazione tra passato e presente): don Roberto nel frattempo gli ha portato un nostro presentino, poca cosa in realtà davanti alla cura premurosa con cui ci ha accompagnati! Chiudo la valigia cercando di concentrare tutti i pesi (libri in primis) nel trolley e di alleggerire le tracolle. Poi ci dirigiamo tutti verso la Fortezza da Basso, carichi come dei muli. Un po’ di foto ricordo davanti alla Fortezza e poi tutti a depositare i bagagli nel guardaroba. Incontro di nuovo i delegati di Genova: oltre alla rappresentante del CIF, sempre molto fiduciosa nel mio prossimo impegno politico (…), il signor D’Ambrosio su cui ieri sera, a Santa Croce avevamo disquisito sulle norme relative ai secondi nomi e al quale la signora aveva obiettato: “Ma questo ragazzo studia giurisprudenza!”. Molto bene, oggi scopro che il signore è (o è stato) pubblico ministero alla Corte di Cassazione (in realtà l’ufficio si chiama con un nome diverso, ma gli spiego che ho la scusa di aver letto solo la metà del manuale di procedura penale e quindi di non aver fatto le impugnazioni…). Pensavo di aver marinato l’Università in questa settimana, ma tra docenti di Costituzionale e magistrati qui non si scherza…
La preghiera iniziale ruota intorno alla Trasfigurazione secondo Luca, commentato in modo molto toccante da suor Rosanna Gerbino: ripartiamo dal gesto liturgico del bacio dell’Evangeliario, per riappropriarci (in senso buono) della Parola di Dio, poiché è il Padre infatti che ci educa (dicendo “Questi è il Figlio mio…”), gli “otto giorni dopo” fanno riferimento all’invio dei discepoli in missione e alla domanda “La gente, chi dice che io sia?” (cui Pietro risponde con la sua confessione) e anticipano l’ottavo giorno della Resurrezione (in cui le donne sveglie fin dall’alba si contrappongono ai discepoli oppressi dal sonno nel Getsemani). L’ottavo giorno è la ricerca di ciò che resta (cioè l’eternità), nel quale Gesù, trasfigurato, prende con sé i discepoli (in cui noi delegati possiamo e dobbiamo riconoscerci). Mosè ed Elia non tanto come Legge e Profeti quanto come anticipi della redenzione trasfigurante (il carro di fuoco di Elia e soprattutto la morte di Mosè con la luce negli occhi, mancato ingresso nella Terra Promessa necessario perché gli altri si accorgano che essa è dono). Infine: Pietro vorrebbe congelare l’esperienza della Trasfigurazione, con le sue tende, mentre invece nessuno può fare una casa a Dio; l’annuncio parte dal silenzio; solo Lui è il vero trasfigurato che passa dalle nostre oscurità, dai nostri sonni. Conclude il vescovo Spinillo di Aversa che ci ricorda di essere stati qui convenuti dall’amore di Dio e di rendere perciò grazie alla nostra Chiesa.
Ecco ora i maxiriassunti delle relazioni che nella notte hanno condensato le sintesi delle diverse sale per ciascuna via (il pochissimo sonno accumulato mi ha reso un po’ difficile prendere appunti di senso compiuto…).
Don Duilio Albarello, sull’USCIRE (con qualche caduta nell’ecclesialese…). Umanità in uscita, come stile del battezzato, che passa da luoghi, fra cui anche la comunità ecclesiale. Esigenza di conversione all’essenziale. Eucaristia come luogo formativo dell’uscire. Centralità della cura di chi è ai margini. Giovani come prima risorsa, perché sempre in uscita, mentre troppo stesso le comunità tendono a frenarli nell’ansia di serrare le file. L’arrivo dei migranti ci mette alla prova nei fatti: occorre passare dall’accoglienza all’inclusione. Ci sono dunque delle realtà di uscita, ma molto resta da fare. Ritorniamo a guardare alla dimensione umana di Gesù. Dobbiamo uscire da noi stessi, fare un falò dei nostri divani (applausi!): siamo un popolo in cammino, non in ricreazione!!! Esigenze: mappare il territorio (antenne sociali disseminate per portare nelle comunità domande inespresse), riscoprire che i laici non sono chiamati ad essere solo operatori pastorali (!), presenza di educatori di strada e della notte, valorizzare il ruolo dei diaconi permanenti, rilanciare gli organismi di partecipazione (tramite della corresponsabilità), rete fra le realtà locali (il solito sito per scambiarsi le buone prassi di uscita, che emerge da quasi tutte le relazioni… come dice padre Carlo, di questo passo troveranno un lavoro fisso alla Vaticantwitter ufficiale Francesca Triani), rilanciare i fidei dona, ma come esperienza diocesana più che personale (!). Tre linee direttive:
1) avviare un cammino sinodale,
2) formare all’audacia di una testimonianza capace di coltivare le domande,
3) promuovere il coraggio di sperimentare (drappello di esploratori del territorio).
Flavia Marcacci, sull’ANNUNCIARE (che intervalla alla relazione la proiezione di qualche foto o di qualche frase, per estratto, uscita dalle sale di lavoro). Partire dall’Annunciazione (Rallegrati, piena di grazia…), con la sua gioia, perché, nei vari tavoli, partire dal Vangelo ha dato gioia, gioia che va condivisa (“La Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione”, dice Benedetto XVI). Ascoltare prima di comunicare. La dottrina è carne (qui c’è lo zampino del papa…): come portarla ai lontani? Riscopriamo la centralità del kerygma (anche questo il papa ce l’ha ripetuto) e accompagniamo concretamente per donare Gesù agli altri: bisogna prima conoscere gli uomini e poi ritornare alle radici dell’umano, perché la Chiesa sia una Chiesa di inclusione. Sapersi amati ci fa ritornare alle nostre motivazioni. Quali i problemi? Devozionismo, autoreferenzialità e clericalismo (e guarda caso, scrosci di applausi anche qui…). Radichiamoci in Cristo già risorto e fonte della gioia: la Chiesa assuma di più il suo volto di madre. Quali le attenzioni da assumere? Passare dall’evangelizzato all’evangelizzatore, ripensare il sistema formativo di preti, ministri e laici, adottare linguaggi chiari, profondi, semplici e diretti, rinnovare gli itinerari (non corsi ma percorsi).
In che cosa deve consistere, dunque, l’annunciare? Risposte: centralità del Vangelo, da leggere e attuare, imparare ad ascoltare più che a dire, inclusione, saper abitare i social, valorizzare stampa e media cristianamente ispirati, riscoprire il primo annuncio come percorso di fondo per tutti noi, ravvivare la consapevolezza battesimale (estendendo il compito di annunciare a più soggetti). L’annunciare è una via che si integra con le altre quattro. Nel post-convegno: piccoli gruppi per lavorare su proposte e soluzioni.
Adriano Fabris sull’ABITARE (che parla sempre con le slide sotto, e che prende con molta autoironia il fatto che spesso ci sia uno sfasamento tra quello che dice e la slide sotto… chissà perché sono gli appunti che ho preso meglio!). È il lievito madre. Si abitano soprattutto le relazioni. Ma non siamo al punto zero. Abitare è farsi abitare da Cristo. In tutti i tavoli sono riemersi sempre questi quattro verbi:
1) ascoltare,
2) lasciare spazio all’altro, dalla famiglia in su (e su questo il tavolo giovani ha parlato di “fare pace con un mondo adulto che nega fiducia a noi giovani e al contempo non esita a scandalizzarci ogni giorno”: parole che Giuseppe ha trovate giuste ma durissime, e che ritengo molto interessanti, perché non vengono da un gruppo di anarcoidi rivoltosi, ma da giovani di fede matura, ecclesialmente impegnati, inseriti nelle strutture… e questo fa pensare, oltre a suscitare molti applausi!),
3) accogliere (che significa permettere a tutti di poter restituire ciò che si è ricevuto: aggiungerei io, significa non creare il doppio binario dei cristiani di serie A, muniti degli strumenti per spendersi a favore degli altri, e cristiani di serie B, cui la Chiesa può solo versare olio e vino sulle piaghe ma che non rende capaci di rialzarsi e di camminare per essere anch’essi buoni samaritani…),
4) accompagnare e fare alleanza (pastorale del condominio, e politica da vivere in chiave davvero comunitaria, accompagnando i decisori anziché delegare per poi disinteressarsi).
Si chiede un uso dei beni amministrati dalla Chiesa che sia conforme all’insegnamento del Vangelo (ovvi scrosci di applausi) e che essa sia al passo con gli umili (perché o sarà sinodale o non sarà), caratterizzata da disinteressato interesse, capace di abitare in unità e di mettere in cattedra chi è ai margini.
Suor Pina Del Core sull’EDUCARE (molto pane al pane). Anche qui si sottolineano gli scambi di buone prassi e dei passi compiuti e da compiere. Educare è questione decisiva per tutti, ma la comunità cristiana ha su questo un mandato particolare. La sfida educativa è luogo privilegiato d’incontro nella società. Non siamo all’anno zero (lo ripetono un po’ spesso… sarà una polemica velata contro Santoro?). Bisogna puntare su un’educazione integrale (l’uomo non è fatto a compartimenti stagni!) e sulla credibilità dell’educatore, che sia esempio di umiltà e di beatitudine, vissuta e incarnata nell’essere compagno di viaggio. Quali le difficoltà: eccessivi attivismo e burocratizzazione, intellettualismo slegato dalle esperienze. I tre orientamenti su cui ripensare le prassi e le linee di azione:
1) comunità che educa (alleanze educative, pastorale integrata e d’ambiente, tavoli di scambio delle buone prassi, cura delle relazioni),
2) formazione degli adulti, intesi, credo, in senso lato, come tutti i soggetti potenzialmente educatori (autoformazione degli educatori, accompagnamento delle famiglie, su cui non ci si improvvisa, educazione alla genitorialità, pastorale d’ambiente nella scuola e nell’Università, rivedere iniziazione e catechismi, educazione alla cittadinanza, all’affettività, alla sessualità, formazione comune di laici e presbiteri: e su questo scrosciano gli applausi),
3) apporto degli ambienti digitali (incontro fecondo tra arti, Vangelo, nuovi linguaggi, educazione).
Le proposte: reti educative che coinvolgano anche la società civile, migliorare la formazione degli educatori (e qui parla di selezione, su cui mi permetto di dissentire, ritenendo che non serva tanto selezione, che pure deve esserci, a tutela degli educandi, quanto aumentare gli strumenti a disposizione degli educatori, a cui si chieda soprattutto buona volontà), équipe formative familiari, portale di scambio delle buone prassi.
Fra Goffredo Boselli sul TRASFIGURARE (secondo me molto brillante, ma don Matteo obietta che sta riproponendo le linee del suo ultimo libro, pur molto pregnante). È il Signore a trasfigurare noi, non noi a trasfigurare la realtà. Quali fatiche? Attivismo talvolta eccessivo, mentre emerge il bisogno (proprio dal tavolo dei giovani!) di spiritualità e di accompagnamento spirituale (oltre che, in modo meno marcato, di formazione liturgica); frammentarietà; mancata integrazione fra liturgia e vita, che è mancato coinvolgimento del credente nel mistero di Cristo: basta i barocchismi! E su questo parte un altro scroscio di applausi. Linee di azione: non dissociare la lectio divina personale dalla proclamazione della Parola di Dio nelle liturgie comunitarie, ritornare a una Parola di Dio annunciata e celebrata, vivere la liturgia come festa del popolo di Dio. Tre consegne.
1) Il rinnovamento liturgico conciliare (leggi: la novità nella liturgia) è una realtà in atto, la liturgia è la prima fonte della vita cristiana (per cui sia munita di una bellezza, purché bellezza semplice), ed ha il pregio della gratuità (e quindi misura il nostro essere Chiesa), la famiglia sia quindi il luogo primo dove imparare la liturgia.
2) La Chiesa che celebra e prega è anche in uscita: Cristo vivente celebrato e pregato va riconosciuto nel povero che è Suo primo sacramento. La liturgia è sempre più soglia del mistero di Dio: la catechesi sacramentale è sempre più missionaria, la richiesta, legata all’uso sociale, dei sacramenti, non va assecondata, ma tuttavia è una grande occasione per discernere quel residuo, confuso, di trascendenza, che anche molti “lontani” conservano ancora davanti al mistero della vita, dell’amore che impegna, della morte. Le liturgie attraversino la vita quotidiana e le tradizioni locali. Siano più umane.
3) Far vivere l’umanità della liturgia, esperienza dell’umanità perfetta di Dio fatto uomo. Il Cardinal Martini parlava di liturgia come continuazione dei Vangeli. La santità della liturgia va declinata in santità ospitale. Bisogna saper portare la fatica di chi fatica a vivere e a credere: liturgia ad immagine di Gesù che dice: “Venite a me io vi darò ristoro…”.
Infine le PROSPETTIVE del Cardinal Bagnasco: sottolinea l’impegno degli uomini e delle donne del Convegno anche a favore del bene del Paese. La Chiesa italiana ha assunto il percorso del convegno e lo ha fatto proprio: portiamo il Vangelo agli uomini di oggi. Ringraziamenti al sindaco Nardella e al presidente Mattarella. Poi ringrazia i volontari (e qui… di fronte agli scrosci di applausi, si lascia andare a una smorfia di approvazione compiaciuta e a un battimani che dura due minuti buoni!). Ci sono disponibilità all’incontro e al dialogo con la comunità civile. Esigenza di conversione, condivisione di buone prassi, corresponsabilità gli uni degli altri. Non ci sono lontani troppo distanti ma solo prossimi da raggiungere. L’EG va ripresa nelle comunità, per discernere e attuare. Riprende vari punti della descrizione sociologica fornitaci mercoledì dal prof. Magatti. Ricorda che ogni anno le Caritas forniscono 6 milioni di pasti, e tutta una serie di altri numeri di cui perdo traccia. Bisogna uscire anche dall’invisibilità. Riprendendo il buon Francesco, parla di via della beatitudine e si rifà alla confessione del centurione (“Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”): è proprio nella massima debolezza di Gesù che sta il massimo della sua rivelazione. Invita a non perdere lo spirito e il valore della gratuità, fattore che definisce tipicamente italiano (e io non sono mai stato, anche per ovvie ragioni, particolarmente sciovinista, patriota o italofilo, ma riconosco che, accanto a tanti nostri difetti radicati, c’è anche una sensibilità comune molto marcata in questo senso: e che Bagnasco si sbilanci così è molto interessante!). Dobbiamo vivere in uno stato di continua missione, cui il papa ci sprona. Prestissimo uscirà un testo unico dei frutti del sinodo (sperando che sia scritto un po’ meglio degli ultimi testi unici del legislatore, aggiungerei io, ma questa è deformazione professionale). Propone alcune sottolineature (ma da Genova dicono che spesso è molto bravo a cambiare all’ultimo momento i suoi discorsi per riassestarsi su quanto detto da altri prima…).
Uscire: non solo essere accoglienti, ma anche uscire e andare (la famosa “Chiesa lieta e accidentata” dell’EG, a immagine del Samaritano), mossi da ansia apostolica (per essere ponti fra Cristo e il prossimo) e pieni di audacia e coraggio di sperimentare, come è emerso dalle voci giovani (urrà!).
Annunciare: la testimonianza è gesto ma anche annuncio. Citando Madeleine Delbrêl, dobbiamo sentirci “ghermiti” dal suo Vangelo. Non basta (e su questo “non basta” si incarta ripetendolo tre o quattro volte perché non trova il foglio successivo, scatenando un applauso di incoraggiamento che lo costringe a sorridere bonario) essere dottori di fede: siamo dunque uomini di fede, perché annunciare pasqualmente non sempre è automatico, anche quando si conosce bene la teologia. Serviamoci con sapienza e senza timore delle nuove tecnologie (su questo mi sentirei anche abbastanza ottimista, visto l’approccio molto social-digital del convegno e i vescovi sempre attaccati allo smartphone…).
Abitare: dobbiamo essere radicati nel territorio, altrimenti la Parola di Dio suonerà come parola vuota. Questo è il compito primario dei laici, a dispetto di ogni tentazione di clericalismo, ma purtroppo (a suo “modestissimo parere”) è venuto un po’ meno, e non per colpa “vostra” (e qui scrosci di applausi, tendenzialmente solo da parte dei laici…). Però, aggiunge, “non tiratevi del tutto indietro quando vi chiediamo una mano in parrocchia” (giustamente!). Questo compito comporta un impegno politico, sia in senso ampio, a servizio del bene comune, sia in senso partitico. Impegno del cattolico nel pubblico sia coerente e trasparente! E al contempo (e lo inserisce qui, e non negli appunti sul trasfigurare: un motivo ci sarà) i giovani hanno chiesto maggior impegno spirituale da parte delle comunità.
Educare: Romano Guardini parla di “accendere la vita”. Educare è liberare le coscienze. Anche se è difficile, c’è una fortissima richiesta dai gruppi di fare rete. Dobbiamo riscoprire non tanto l’esistenza di Dio (come ai tempi dello scontro con gli ateismi ottocenteschi), ma il fatto che Lui c’entri con la nostra vita, perché tutti, nessuno escluso, siamo esposti a questo ateismo di fatto.
Trasfigurare: tutti siamo un po’ malati di attivismo pastorale e preme non dissociare vita e liturgia.
In soldoni, spera che sia emerso l’orizzonte della missionarietà. Ribadisce che non c’è educazione non fondata su Gesù Cristo (e allora, mi viene da pensare, il mio intervento della mattina prima sul grande valore di una sana educazione umana in famiglia, anche se non cristianamente etichettata, va proprio fuori dai binari del Convegno… ma poi mi rendo conto che Cristo è presente nei valori che trasmettiamo, anche quando ne siamo ignari… e poi, a pranzo, andando a prendere il dolce, un convegnista mi ferma per dirmi che era nella mia sala e che il mio intervento sulla famiglia è stato il più bello in assoluto… sarà… umiltà che già sei tanto debole, perché devi essere sempre così messa alla prova?). Il Sinodo appena concluso rimette al centro delle cinque vie la cura della famiglia. Il convegno prosegue naturalmente nell’Anno Santo: la misericordia ha due volti, quello dell’amore come fedeltà assoluta di Dio all’umanità (ed è bello poter contare sempre su qualcuno), e quello della generatività (termine cult del convegno, oltre a sinodalità, grazie ai coniugi Magatti-Giaccardi) e della tenerezza (le “viscere” di Dio). La stile sinodale esige un metodo, concreto.
Ci saluta con un “Cari amici” (che confidenza che si è preso…): invito a tornare a casa con la voglia maturata in questi giorni. Lui e tutti i pastori sono “lieti del nostro abbraccio”, perché “ne abbiamo bisogno” (anche qui torna in mente l’immagine del vescovo sudamericano nel metrò proposta dal papa). A Francesco dice: “Le vogliamo bene” (e come non pensare a un riferimento implicito agli scandali vaticani?).
Infine la preghiera conclusiva (prima della quale riesco a salutare con lo sguardo e il sorriso Ilaria, di Lecce): cantiamo di nuovo l’inno (ne sentivamo la mancanza dopo ben due giorni…) e poi azione di grazie ritmata dai Magnificat, preghiera di supplica, segno della pace e invocazione a Maria (con azzeccatissimi echi di Paradiso XXXIII… credo che Dante possa esserne felice). Uscendo, riesco a salutare il vice giovani nazionale, don Marco e Anna Teresa dell’ACR nazionale (e lei, in linea con la misericordia che tutti predicano, mi abbuona l’assenza futura al convegno nazionale educatori ACR di dicembre perché ho troppi esami in quel periodo… poi arriva anche il nuovo vescovo in quei giorni!) e don Michele, (che mi presenta don Giordano, di Reggio, incaricato regionale di pastorale giovanile: anche lui mi chiede del nuovo vescovo…). Fuori dall’aula magna i volontari consegnano a ciascuno una riproduzione dell’antico fiorino. Li ringrazio molto per il loro servizio assolutamente gratuito, generoso e premuroso. Dai due che ho di fronte (ma anche, circa un’ora dopo, dalla volontaria del guardaroba), mi sento rispondere: “Mi raccomando. Adesso tocca a voi. Non lasciate morire tutto questo. Datevi da fare. Ci contiamo!”. Questa richiesta, che assolutamente nulla toglie alla gratuità della loro presenza, dice anzi dell’attesa del popolo di Dio riguardo a questo giro di boa che si richiede alla Chiesa italiana: quello che hanno fatto, lo hanno fatto nella speranza che contribuisse al bene della vita ecclesiale e sociale del Paese. E ci impone di impegnarci a fondo per la recezione e l’attuazione in diocesi!
Pranzo tutti insieme al tavolo (a cui Elena, riferendosi ai ripetuti saluti e sorrisi scambiati con la delegata genovese del CIF, allude alle mie grandi amicizie con le vecchiette… non so se devo sentirmi più offeso io o la signora in questione…). Discussione interessante su come sono andati i lavori in questi giorni e su un tema di scottante attualità: le canoniche vuote. Chi è meglio che abiti con i preti? Una famiglia affidabile, che non metta il naso in cose non sue e non si autopromuova a cerchia di mediazione fra parroco e parrocchiani? Oppure è meglio la convivenza tra preti (purché però non crei derive clericali del “facciamo tutto noi, fra di noi”)? Don Matteo obietta che non per forza i preti vanno d’accordo solo perché sono preti: a nessun altro è imposta la convivenza con qualcuno che non si è scelto. Io obietto invece che questo è proprio il caso dei fratelli (nessuno mi ha fatto scegliere di condividerci la camera), e della famiglia d’origine in generale e Rita è d’accordo con me nell’apprezzare il valore educativo del limite che la convivenza con gli altri impone (limite che ci ricorda ogni giorno il nostro essere “ontologicamente” limitati)… Due visioni un po’ contrapposte! Tra la fine del pranzo e la fila a prendere il dolce (anche questo buonissimo) ho il piacere di riuscire a salutare Tommaso, da Terni (oltre ad apprezzare l’aver lavorato allo stesso tavolo, ci ripromettiamo di restare in contatto per scambiarci le famose buone prassi) e il prof. Leonardo Bianchi, che non solo mi chiede più dettagli sui miei studi (capendo finalmente perché sono in corso con la figlia del suo preside) e sulla mia età (mi faceva decisamente più giovane… non so se è perché li porto bene o perché il mio livello mentale non si è molto evoluto…), ma mi bacia, mi abbraccia, e mi lascia la sua mail per restare in contatto e scambiarsi gli auguri (sarà questo uno dei maggiori ricordi di umanità che il convegno sull’Umanesimo mi lascia… averne di professori così!). Prese le valigie, salutiamo davanti all’ingresso della fortezza Ilaria, padre Carlo e don Luciano che ritorneranno a Bologna o domenica o più tardi, in serata, e arriviamo in stazione (purtroppo devo lasciar perdere il caffè con i giovani di AC, ma era quello o non riuscire a incastrare la visita prenotata agli Uffizi).
Il resoconto del convegno potrebbe finire qui. Siccome però, a modo suo, il resto della giornata si può dire che c’entri abbastanza, lo racconto in maniera stringata.
In stazione faccio il biglietto e deposito la valigia in guardaroba (purtroppo tracolla e borsa del computer devo tenerle con me perché sarebbero altri 12 euro, e non se ne parla… colmo della sfortuna, il guardaroba degli Uffizi prende solo zaini voluminosi, per cui mi tocca deambulare attraverso capolavori pittorici carico come un mulo), poi i dovuti selfie di gruppo davanti al tabellone e infine un caro saluto a tutti. Mi dirigo speditamente verso la Galleria ma, nonostante in questi giorni mi sia sempre orientato bene a Firenze, riesco a fare un giro dell’oca pazzesco, arrivando poco prima dell’orario prenotato. Ironia della sorte, ho prenotato ma in fila non c’è nessuno (tra l’altro di venerdì pomeriggio, con molti convegnisti ancora in città!). Oltre ad un impiegato del museo che si ostina a parlarmi in inglese mentre io li rispondo in italiano, ne ricordo uno, gentilissimo, all’ingresso della Tribuna ottogonale, che mi fa appoggiare le borse con un gran sorriso, lo stesso con cui mi spiega perché la Tribuna non è più accessibile (aggiungendo che l’hanno chiusa prima che lui arrivasse e che altre informazioni le posso trovare sul tabellone di fianco): forse sono troppo sensibile ai segni di umanità della gente… Visitare in poco più di due ore gli Uffizi non è semplice, specie per uno come me che si incanterebbe davanti ad ogni singolo quadro, per cui mi impongo di evitare di leggere le didascalie, salvo se necessario, di guardare molto rapidamente le antichità romane (che posso trovare anche altrove), i pittori di poco pregio (ebbene sì, ce n’è qualcuno anche agli Uffizi) e la pittura straniera, salvi i grandi capolavori (perché ce ne sono altrettanti al Louvre, in cui paradossalmente ho più occasione di andare) e di fermarmi in contemplazione (comunque con l’orologio in mano) solo davanti alle grandi opere (e comunque su Caravaggio e Giorgione bisognerà un po’ tagliare), arcinote perché viste da sempre sui libri di scuola (e questo ha anche un effetto negativo: quando arrivi davanti al quadro sai già, quasi a memoria, quali dettagli devi guardare). Ad ogni modo, questa overdose di Giotto-Cimabue-Martini-Botticelli-Tiziano-Leonardo-Michelangelo-Perugino-Caravaggio-Giorgione-Raffaello-etc. riempie il cuore di bellezza, senza saturarlo, nonostante tutta la bellezza umana, relazionale, spirituale, morale e artistica che ha riempito questa settimana… Altro aneddoto interessante: dover spiegare in castigliano (mai studiato) a due spagnole, davanti a una Visitazione, che quella non è S. Anna (non es Ana… es Isabel… sobrina… nieta… prima!, de Maria). Ritorno alla stazione a passo di corsa, per la via più breve, in cui comunque i famosi dieci minuti sufficienti diventano quasi venti: Firenze sembra ridiventata normale, niente più convegnisti e prelati ma solo turisti, perlopiù orientali e anglosassoni! Sudatissimo in stazione, e comunque il treno è in ritardo (e io che credevo che con le Frecce non succedesse mai!), ragion per cui il povero Fede Solini, che mi aspetta a Bologna per andare in Seminario all’ultimo incontro dell’Immensa maggioranza, arriverà su con mezz’ora di ritardo, perdendosi quasi tutto l’intervento del presidente nazionale (mea culpa): in ogni caso il tragitto è davvero troppo breve, detti i Vespri e mandati due messaggi si è già arrivati (e poi non sai mai dove sei a causa della galleria)! Su in seminario (tema di oggi: esperienze di AC che funziona… un bel modo di concludere un convegno ecclesiale in cui la presenza associativa è stata comunque molto forte, come diceva a Palazzo Vecchio don Marco al presidente di Taranto: “sembra di essere alle assemblee nazionali”) c’è anche Giuseppe (iniziavo a sentirne la mancanza…) e, dopo l’intervento di don Giancarlo, ci fermiamo a cena (Mario e Sara, don Giancarlo, Donatella e il presidente) con l’immancabile brodino di Villa Revedin. Rientro a casa, due chiacchiere con i miei, Crozza che parodia Bertone e l’abate di Montecassino (sempre restare in tema) e poi le notizie di Parigi, il tuffo al cuore, la telefonata a mia nonna e mio fratello. Il resto lo sappiamo.
E ora ritorno a casa, alla vita ordinaria, al silenzio mediatico. Spero di non toccare più la macchina fotografica per un mese. Di non avere più occasione di scrivere post istrionici per un bel po’ (qui la scusa era l’indicazione, dataci dalla segreteria del convegno, di dare al massimo diffusione e visibilità sui social). Riprendo lo studio sudato e faticoso. L’impegno in associazione e in parrocchia senza più le paillettes delle interviste. Ma al contempo devo stare con il piede premuto fortissimo sull’acceleratore per riportare in diocesi l’esperienza, le riflessioni, le indicazioni, il metodo di lavoro (riassumerei tutto così: le priorità di applicazione dell’EG), aspettando e sperando una guida anche da parte del nuovo vescovo: conversione delle parrocchie, della diocesi, dell’associazione.
Ringrazio davvero tutti i volontari fiorentini e specialmente il “nostro” Maurizio, gli altri delegati (Giuseppe, don Luciano, Ilaria, Silvia, Elena, Monica, Maria Pia, don Matteo, don Roberto, padre Carlo, Mirco, Rita, Mario), con cui si è creato un bellissimo clima (“da campo”), le altre persone del mio tavolo (don Michele, Giulia, Ilaria, Andrea, Francesco, Elisa, Ilaria, Tommaso, Chiara), Paolo (mio compagno di stanza), gli altri delegati dell’AC conosciuti o rivisti in questa occasione, e tutti le altre persone che ho incontrato (come i delegati faentini, quelli genovesi e il prof. Leonardi), perché hanno contribuito ad arricchirmi in questo percorso a Firenze.
Ringrazio il Signore perché ritorno a casa (per dirla con un’espressione che ricorda un po’ Acquaderni) con un accresciuto e rinnovato amore al Papa, alla Chiesa, all’associazione, al Paese, agli uomini e alle donne che sono sul mio cammino e all’umano, con tutta la sua dignità, come valore.
Giorno 4 (12/11/2015)

Dopo la Messa, mi chiudo in camera a scrivere e a mandare le foto a Luca Tentori perché le usi per l’intervista fattaci ieri. Termino dopo le 9.30 e mi fiondo verso la Fortezza da Basso, attraversando la strada in modo molto creativo e scavalcando spartitraffici (anche se poi incontro anche molti delegati che si avviano con tutta calma o chi indugiano all’ingresso). Arrivo sudatissimo in aula magna dove purtroppo si è già al Padre Nostro e dunque mi sono perso (io che a dialogo e preghiera ecumenici tenevo tanto) le meditazioni dell’arciprete russo ortodosso Blatinskij (e nessuno sa riferirmi quanto ha detto a causa della pronuncia marcatamente slava) e della pastora valdese Tommassone (che pare abbia parlato della teologia protestante della croce, e d’altro canto il passo biblico era l’inno di Filippesi): e nessuno le ha pubblicate sulla app del Convegno.
In compenso, sarà perché il dialogo interreligioso mi sta moltissimo a cuore fin da quando ho sette anni, mi sciolgo di commozione ad ascoltare il rabbino e l’imam di Firenze (ma forse non è buon segno che in questo Convengo, papa a parte, i discorsi che più mi hanno colpito siano stati quelli del sindaco e delle autorità religiose non cristiane…). L’imam Elzir, nativo di quella Terra Santa nativa di Gesù, ringrazia i fratelli (!) e sottolinea che il dialogo interreligioso è riscoprire le proprie radici, e non deve essere fra le teologie, ma fra gli uomini, partendo dalle comunità e non dai leader (come insegna la giornata di dialogo islamico-musulmano di pochi giorni fa): tanto più necessario in quest’epoca di follia terroristica. Come il papa (!) ci ha ricordato, occorre essere umili e aiutare gli altri ad essere ciò che sono (!): occorre riscoprire l’Umanesimo. Il rabbino Levi richiama il cinquantenario della Nostra Aetate (bello che sia un rabbino a ricordarci i documenti conciliari!), che ha rilanciato i ponti, già esistenti in passato, distrutti dalla follia antisemita. Grande rispetto per i ponti che la Chiesa sta gettando alla modernità (!), al fine di portare speranza, che è il comune compito oggi, perché il mondo attende una comunicazione comune, che sia una proposta positiva del mondo e dell’uomo, di cui Dio cerca il bene. Per secoli abbiamo definito le differenze fra religioni proiettando sull’altro le ombre presenti in noi, dando più peso all’ideale che al reale (questo sa molto di EG), senza accettare l’altro con la sua complessità. Chiesa e comunità ebraica possono camminare insieme per proporre un nuovo umanesimo, biblicamente fondato su tre punti (mondo non casuale ma finalizzato e pieno di significato; ricerca di un dialogo di Dio con l’uomo, da cui scaturisce il patto; indirizzo etico del mondo mediato necessariamente dal patto con l’uomo, ossia concretizzato solo dal discernimento dell’uomo).


Giorno 3 (11/11/2015)

Colazione super abbondante e poi diretti alla Fortezza da Basso. All’ingresso di nuovo don Celestino che distribuisce il suo testamento spirituale. Poco prima di entrare in aula magna, mi fanno notare il Cardinal Betori che viene intervistato. Mi apposto dietro un albero e, finita l’intervista, sbuco fuori e gli consegno il libro scritto dalla mia prof. di Storia del diritto canonico con cui vado in giro da tre giorni: “Buongiorno Eminenza, sono uno studente della prof.ssa Boni; mi ha chiesto di portarle i suoi saluti e di consegnarle questo”. “Ah, la Geraldina! Me la saluti tanto, e la ringrazi ancora per l’aiuto che mi dava quand’ero alla CEI” dice con la sua voce flebile.
Che buffo poi vedere tutti i porporati (e ce n’è uno identico al cardinale della Grande bellezza di Sorrentino) sempre alle prese con lo smartphone (persino ieri facevano le foto al papa come fossero comuni mortali).
Preghiera con liturgia della parola su uno dei carmi del servo di Jahvé e commento di p. Michelini: complementarietà e non antitesi delle due letture tradizionali del servo, quella collettivista, rabbinica, e quella messianico-personale, proprio perché il Verbo è uscito ed ha scelto una vita accidentata, che ci viene ogni giorno riproposta dai destini oppressi di tanti popoli, come anche il popolo d’Israele (e questo interroga la nostra coscienza: l’Europa cristiana, dopo aver fallito ad Auschwitz, in cui non solo Dio, ma anche l’umanità, sono apparsi assenti, fallirà anche con i migranti di oggi in fuga?).




Poi ci spostiamo in centro, dove gli altri delegati accompagnano Silvia a casa e noi raggiungiamo i giovani di AC delegati al convegno in piazza del duomo (dove la metà di loro è bloccata da una ripresa televisiva che dura mezz’ora). Scopro che l’AC rappresenta un decimo dei convenuti e vedo finalmente tanti altri giovani. Bella occasione anche per conoscere i vice e responsabili nazionali del settore Giovani, del MSAC e della Fuci. Bei confronti e belle chiacchiere. Arriva anche il presidente con cui facciamo un po’ di foto e poi ci spostiamo in un locale vicino. Poi a letto. Mi dimentico di puntare la sveglia per le 5.30 ed è il motivo per cui finisco di scrivere ora. Fuggo che c’è la preghiera ecumenica.
Giorno 2 (10/11/2015)

Per merito dell’intraprendenza di Elena Fracassetti, vedere il vescovo Zuppi venire a salutare la delegazione bolognese: e, a me e Ilaria dice, “Ma voi giovani di AC siete giovani per davvero… mica come in altre diocesi…”, oltre a “Quanti laici! Sono proprio contento!”. I rapporti con i fiorentini, venuti a vedere il Papa, e sistemati in Cattedrale oltre le transenne: la suora ipovedente e novantatreenne, nativa di Monghidoro, che confida “Peccato non poter venire dove siete voi… ho tanto deisderato vederlo prima di morire…” e una mamma, con marito e figlia, che mi chiede il nome per aggiungermi su facebook dopo aver scambiato due parole. Poi tanti esterni che scavalcano le transenne per avvicinarsi al papa che arriva, compresa la figlia della signora, che viene presa in braccio e sulle spalle! Mentre aspettiamo Francesco: liturgia della Parola (identica al gruppo della prima lettura della Veglia pasquale) e commento di Naro sulle tre relazioni fondamentali dell’uomo, con Dio (principiale, oltre che principale), con il prossimo (l’alterità non va semplicemente tollerata intorno a noi bensì accolta in quanto intrinseca) e con il creato (ciò che è molto buono è l’uomo inserito nel creato). E poi arriva il papa fra una folla osannante e fotografante e anch’io mi ritrovo appollaiato sul braciolo di una sedia per scattargli una foto. Prima del discorso tre testimonianze (una catecumena piemontese, una coppia di divorziati risposati dopo la sentenza di nullità e dopo il ritorno alla fede e un prete di Firenze arrivato ateo profugo clandestino dall’Albania a sedici anni e accolto da un parroco della città dopo mesi sotto i ponti), molto commoventi (specie l’ultima che fa lacrimare anche i cardinali)… si piange peggio che ad andare al cinema!


Poi uscita al passo di corsa (e siamo tutti candidati al premio “vescica di bronzo”) per raggiungere la Fortezza da Basso, dove ci aspetta un buffet succulento e stratosferico (e nel frattempo il Papa mangia alla mensa dei poveri… e questo fa riflettere). In coda per entrare ritrovo Simona Fodde, consigliere nazionale per l’ACR, riconoscendola dal badge prima che dalla faccia (a mia discolpa non l’avevo mai vista con gli occhiali), e poi all’ingresso Anna Teresa Borrelli, che mi dice “Giacomo! Ho proprio pensato a te oggi! Mi chiedevo dov’eri perché ho visto il tuo post di ieri su facebook” (quale onore essere letto dalla Responsabile!, che poi nel pomeriggio mi chiederà se siamo soddisfatti del nuovo vescovo… che domande!). Finalmente andiamo in bagno: probabilmente io l’unico laico in coda (i vescovi sono almeno due, tra cui Mansueto Bianchi… e ve lo raccomando il gabinetto con le loro vesti purpuree!). Per non perlare delle perle dei prelati: “l’Umanesimo della prostata”! E comunque mi rendo conto di quanto la lettura di Segno mi abbia deviato: mi fa più effetto incontrare in carne ed ossa Miano, Truffelli e Paola Bignardi che non vedere almeno tre volte al giorno Scola, Bagnasco e Nosiglia…I vescovi siano pastori. Sia questa la loro gioia. Siano sostenuti dai fedeli come quel vescovo sudamericano nel metrò che non poteva cadere perché sorretto sempre dagli altri passeggeri. Opzione preferenziale per i poveri: quante opere di bellezza a Firenze a servizio della povertà! La chiesa madre, è come nell’ospedale degli innocenti, colei che detiene la metà della medaglia per tutti i suoi figli. Infine, forte invito all’impegno politico e sociale, al dialogo con tutti, al protagonismo dei giovani, all’uscita, alla gioia e all’umorismo, al discernimento sinodale, a livello diocesano o regionale, per attuare le priorità dell’EG individuate a Firenze (della serie: datevi una mossa, cambiate e riformate, e lavorate insieme, cari vescovi!).


E poi, visto che ci siamo riposati troppo, in Fortezza, “Come la penso io sulle cinque vie”, con don Mauro Pergola (andare), Vincenzo Morgante (annunciare), Valentina Soncini (abitare), Alessandro D’Avenia (educare: brillante ma don Matteo Prosperini non gli abbuona quel “il mio Gesù”…) e Jean-Paul Hernandez (trasfigurare). Docce, cena e passeggiata in centro per riaccompagnare Silvia da sua zia.
Bilancio: temevamo che fosse ancor più frenetica… ma a quanto pare ai volontari un po’ di terrorismo piace! Buonanotte e VIVAT FRANCISCUS.
Giorno 1 (9/11/2015) Ammirare i bellissimi paesaggi autunnali di qua e di là dall’Appennino. Passare dalla soleggiatissima Bologna alle nuvole della Toscana. Girare all’ora di pranzo per Firenze alla ricerca dell’albergo e chiedersi perché gli sconosciuti delegati che si incontrano abbiano così tanto una faccia da delegati. Doversi abituare come a qualcosa di normale al fatto di avere nell’atrio dell’hotel tre o quattro vescovi in vesti superufficiali che chiacchierano, o al fatto di incontrare contemporaneamente decine, tra vescovi e cardinali (senza contare preti, monsignori, suore e frati), per le strade di Firenze.
La processione dalla Basilica di Santo Spirito fino al Battistero e a Santa Maria del Fiore. Il discorso introduttivo del vescovo Betori, con lettura drammatizzata di Luzi (in cui è la Cattedrale stessa a parlare di sé e della sua storia) e di Rilke. Grandissimo il sindaco Dario Nardella, che cita Péguy (“la speranza è la più importante delle virtù teologali”… per ragioni che ricordano molto Il diario di un curato di campagna di Bernanos), l’Evangelii Gaudium e la lettera di Giorgio La Pira a Paolo VI, per arrivare a dire che il cuore di Firenze è piazza del duomo perché ospita un edificio che è segno dell’apertura al trascendente, senza cui non può edificarsi la socialità della comunità civile: tutti, credenti di ogni fede e non, non devono dimenticare mai che l’uomo è un essere verticale (e ne avrei ancora da aggiungere, ma non ricordo con esattezza e il tempo stringe).
Vespro anticipato dal bellissimo lucernario (quella famosa cosa di cui ti parlano i conoscenti milanesi), e cantato, reso solenne non da una solennità fredda e formale, bensì dal senso della grandezza del momento e dalla coralità con cui tutto il popolo di Dio in Italia si è riunito a pregare (dai vescovi alle suore, dai laici ai cardinali, dai frati ai monsignori): riscoprire la genuinità del senso di essere Chiesa. Prolusione di Nosiglia che (purtroppo) riassume in 45 minuti tutti i temi che il Convegno dovrebbe toccare.




